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Wimbledon 1973: storia di un boicottaggio

Ci sono tornei che fanno la storia per le imprese sportive.
E poi ce ne sono altri che la cambiano.

Wimbledon 1973 appartiene senza dubbio alla seconda categoria: un’edizione segnata da un boicottaggio senza precedenti, da tensioni politiche e istituzionali, da un tennis ancora sospeso tra dilettantismo e professionismo. Un torneo che, paradossalmente, fu ricordato più per chi non giocò che per chi vinse.

Eppure, proprio nel caos di quell’estate londinese, il tennis moderno prese definitivamente forma.

L’ERA OPEN E IL NUOVO EQUILIBRIO DEL TENNIS

Per capire cosa accadde nel 1973 bisogna tornare indietro di pochi anni.
Nel 1968 il tennis aveva aperto le porte al professionismo con la nascita della cosiddetta Era Open, consentendo finalmente ai professionisti di partecipare ai tornei dello Slam. Fino a quel momento il sistema era rigidamente diviso tra dilettanti e professionisti, con i migliori giocatori spesso costretti a circuiti separati.

Quel cambiamento, però, non risolse tutte le tensioni. Anzi, ne fece emergere di nuove.

Negli anni immediatamente successivi il tennis fu attraversato da una sorta di guerra fredda interna: da una parte le federazioni tradizionali, guidate dalla International Lawn Tennis Federation; dall’altra i nuovi circuiti professionistici e gli interessi economici crescenti. In mezzo, naturalmente, i giocatori.

Per difendere i propri diritti, nel 1972 nacque l’Association of Tennis Professionals (ATP), fondata tra gli altri da Jack Kramer, Cliff Drysdale e Donald Dell. L’ATP era inizialmente una sorta di sindacato dei tennisti professionisti, ma nel giro di pochi mesi avrebbe dimostrato quanto potesse essere influente.

IL CASO PILIC E LA RIBELLIONE DEI GIOCATORI

La miccia si accese nel maggio del 1973.

Il tennista jugoslavo Nikola Pilic venne sospeso dalla propria federazione per aver rifiutato la convocazione in Coppa Davis contro la Nuova Zelanda. La federazione jugoslava gli inflisse inizialmente una sospensione di nove mesi, una sanzione pesantissima che di fatto lo avrebbe escluso dalle competizioni per il resto della stagione.

La International Lawn Tennis Federation intervenne successivamente riducendo la squalifica a un mese, ma quella penalità bastava comunque a impedirgli di partecipare a Wimbledon.

La questione però andava oltre il caso personale di Pilic. Per l’ATP era un principio: se le federazioni nazionali potevano impedire ai giocatori di partecipare ai tornei, allora il professionismo appena nato rischiava di restare subordinato alle vecchie strutture del tennis.

La risposta fu clamorosa. Se Pilic non poteva giocare, i tennisti dell’ATP non avrebbero partecipato al torneo.
Alla fine 81 giocatori aderirono al boicottaggio, praticamente l’intera associazione dei professionisti dell’epoca.

UN TABELLONE SURREALE

Il risultato fu un’edizione di Wimbledon profondamente anomala.

Il tabellone venne riempito con qualificati, lucky loser e numerosi giocatori provenienti dai paesi dell’Europa orientale, che non aderirono al boicottaggio dell’ATP. Tra i protagonisti di questo gruppo emersero in particolare il cecoslovacco Jan Kodes e il sovietico Alex Metreveli, che finirono addirittura per contendersi il titolo.

Non mancavano nemmeno alcuni giovani destinati a segnare il tennis degli anni successivi, come Björn Borg e Jimmy Connors, allora ancora agli inizi della loro carriera.

In mezzo a questo scenario sospeso tra passato e futuro, il torneo assumeva contorni quasi irreali.

IL CASO NASTASE

Uno dei protagonisti più discussi fu Ilie Nastase, all’epoca uno dei migliori giocatori del mondo.

Pur essendo membro dell’ATP, il rumeno decise di partecipare al torneo. La sua spiegazione fu singolare: essendo ufficialmente un ufficiale dell’esercito rumeno, dichiarò di non poter rifiutare l’ordine del proprio governo di scendere in campo.

Nastase arrivò fino al quarto turno prima di essere eliminato dallo statunitense Sandy Mayer. La sconfitta alimentò una delle leggende più curiose della storia del tennis: secondo alcune ricostruzioni dell’epoca, il rumeno avrebbe perso deliberatamente per non esporsi troppo contro il boicottaggio, dopo aver comunque onorato l’obbligo di partecipare.

Una teoria mai confermata dallo stesso Nastase, ma rimasta nell’immaginario del torneo.

IL TORNEO

Sul piano sportivo, l’edizione del 1973 si concluse con la vittoria del cecoslovacco Jan Kodes, già due volte campione al Roland Garros. Il suo percorso nel torneo fu tutt’altro che agevole, con diverse partite combattute prima di raggiungere la finale.

Nell’atto conclusivo, Kodes superò Alex Metreveli con il punteggio di 6-1 9-8 6-3, conquistando l’unico Wimbledon della sua carriera. Curiosità storica: il tie-break in quegli anni si giocava sull’8 pari, non sul 6 come oggi.

Nel doppio maschile, invece, il titolo andò alla coppia Connors–Nastase, simbolo perfetto di un torneo che mescolava generazioni, circostanze e contraddizioni.

uN TORNEO MINORE CHE FECE LA STORIA

Dal punto di vista tecnico, Wimbledon 1973 non fu certamente una delle edizioni più memorabili del torneo. Il tabellone mutilato dal boicottaggio e l’assenza di molti dei migliori giocatori del mondo tolsero inevitabilmente prestigio alla competizione.

Eppure, proprio quell’edizione anomala finì per avere un peso enorme nella storia del tennis.

Il boicottaggio dimostrò infatti che i giocatori, uniti sotto la sigla dell’ATP, erano ormai in grado di esercitare una reale influenza politica sul circuito. Non più semplici partecipanti ai tornei, ma protagonisti anche nelle decisioni che riguardavano l’organizzazione del gioco.

Nell’agosto del 1973 l’ATP pubblicò il primo ranking ufficiale della storia, segnando un passaggio decisivo verso il tennis professionistico moderno.

In questo senso Wimbledon 1973 resta uno dei tornei più singolari mai disputati sui prati dell’All England Club: un’edizione imperfetta, quasi improvvisata, ma capace di segnare uno spartiacque tra il tennis del passato e quello moderno.

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